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Da sempre nell'azienda agricola Antonio Marino Russo - azienda di famiglia risalente all'inizio dell'Ottocento - le terre sono coltivate con due speciali concimi naturali: competenza e passione. Il titolare, dottore agronomo, da anni mette in pratica sui terreni di origine alluvionale, siti ai piedi dell'Abbazia di Montecassino e un tempo possedimento dei monaci benedettini, tutte le conoscenze maturate in materia di viticoltura, e olivicoltura.
Dalle olive ricava un extravergine fruttato medio di colore verde smeraldo; dalle uve, nei vigneti di proprietà ubicati a Sant'Elia Fiumerapido e vinificate nella piccola ma modera cantina aziendale, ottiene un caratteristico Atina Cabernet DOC ed un IGT Lazio "Maturano".
In Antonio Marino Russo's family business (born at the end of the Nineteenth century two special natural manures are used: technical expertise and passion. The Professione( agronomist owning the company has exploited for years his knowledge about vine and ofile cultivation in order to grow vines on alluvioni soils located at the foot of Abbey of Montecassino, an ancient Benedictine estates. Olives are the raw mataial file a fruity extra virgin oil with an emerald colour; while grapes, grown on the competevi vineyard located in Sant'Elia Fiumerapido and vinificated in the small but modern company 's winery, are used to produce a peculiar Atina Cabernet DOC and IGT maturano.

Il territorio di Cassino e la sua piana sono noti fin dall’Antichità per la fertilità dei terreni e l’abbondanza di acqua (i fiumi Gari e Rapido e numerose sorgenti), per la quale Silio Italico poteva utilizzare nel x11 libro dei Punica l’espressione: nymphisque habitata Casini rura
Il legame poi tra Cassino e Varrone è ormai storia! Il famoso erudito Marco Terenzio Varrone acquistò un terreno a Cassino per costruirvi una villa lussuosa -  secondo Cicerone il rifugio per i suoi studi - dove collocò la sua biblioteca e dove anche scrisse alcune delle sue opere più importanti 
In epoca romana la viticoltura era molto diffusa e praticata in terreni fertili per ottenere più elevate produzioni destinate sia al consumo interno in aumento sia all’esportazione. La diffusione della coltura della vite pare avesse portato a ridurre altre coltivazioni, come quella dei cereali, 
tanto che l’imperatore Domiziano vietò, nel 92 d.C., la costituzione di nuovi vigneti e impose che venissero spiantate la metà delle vigne esistenti nelle ProvinciaeGli auctores rustici latini illustrarono ampiamente le tecniche della coltivazione vitivinicola
che i Romani arricchirono con le conoscenze ed esperienze degli altri popoli del bacino del Mediterraneo. Così si possono citare fra i più noti:Catone, De agri cultura; 
Virgilio, Georgiche; Columella, De re rustica che descrive anche concetti e tecniche tuttora valide ed interessanti; infine Varrone, De re rustica
E’ suggestivo immaginare che Varrone avesse piantato a Cassino vigneti in cui le viti erano “maritate” con l’olmo. A proposito dell’Olmo Varrone scrive che l’olmo “sostiene spesso le viti e raccoglie 
fra i suoi rami frondosi una quantità di uva pari a quella che può essere contenuta in alcune ceste”. La “vite sposa dell’olmo”, un sodalizio efficace e produttivo, ha dominato i nostri paesaggi fin. dall’Antichità romana tanto da trasformarsi in un “topos” nell’immaginario romano 
Una pratica agraria, peraltro, in uso estesamente fino agli inizi del secolo scorso e solo di recente caduta in disuso determinata dalla necessità di lasciare spazio di passaggio ai buoi impiegati per la lavorazione dei campi, che venivano coltivati, per arieggiare la pianta in modo che la nebbia, dunque l’umidità, non  danneggiasse la pianta e il raccolto
Il paesaggio e la storia del mio paese, poi, sono dominati dall’Abbazia che S. Benedetto fondò nel 529, arrivando da Subiaco, su preesistenti costruzioni romane sull’arce di
Montecassino. Una presenza che ha determinato, caratterizzato e disegnato il paesaggio agrario delle nostre zone per secoli e la cui influenza ancora si percepisce
Non solo è vero il fatto che il lavoro della terra ha sempre determinato la conduzione delle abbazie benedettine in genere e che i monaci contribuirono alla riqualificazione dei terreni delle pratiche agrarie
e all’individuazione di tecniche di coltura e lavorazione dei prodotti; quando Benedetto di Norcia giunse a Cassino, l’ultimo imperatore era stato ormai deposto (nel 476) e le campagne, sotto la pressione degli invasori, versavano ormai in uno stato di abbandono.
La tradizione vitivinicola romana non andò comunque perduta grazie all’azione dei monaci. Non solo il vino era necessario alla celebrazione eucaristica
e dunque esistevano ragioni spirituali che ne giustificavano la produzione, ma in più la Regola permetteva ai monaci di berne a mensa una hemina, una misura antica pari circa a un quarto di litro 
Mi piacerebbe ora passare alla mia esperienza personale, che costituisce l’oggetto principale di questo intervento. La produzione di vino rappresenta una tradizione di vecchia data per la mia famiglia che risale alla metà dell’Ottocento con mio nonno Francesco Russo
Mi piacerebbe ora passare alla mia esperienza personale, che costituisce l’oggetto principale di questo intervento. La produzione di vino rappresenta una tradizione di vecchia data per la mia famiglia che risale alla metà dell’Ottocento con mio nonno Francesco Russo
Nello stesso periodo l’agronomo Pasquale Visocchi, che in Francia si era appassionalo allo studio dell’enologia, impiantò vitigni di Cabernet e Merlot nelle marne alluvionali della zona di Atina, i vigneti dettero ottimi risultati anche grazie al clima adatto della valle, caldo e secco. E così nacque lo stabilimento enologico “Fratelli Visocchi” che raccoglieva e lavorava uve prodotte ad Atina, Gallinaro, S. Elia Fiumerapido (località Chiusanuova). 
Mio nonno e mio padre, negli stessi anni e davvero a poche centinaia di metri di distanza, coltivavano i vitigni di maturano, pampanaro e frabotta, vitigni autoctoni delle nostre zone, che da secoli vi erano coltivati, come testimoniano le carte militari prima della guerra. La maggior parte della produzione di famiglia era venduta all’Abbazia di Montecassino
Le origini di questi vitigni si perdono nel passato delle nostre zone, tuttavia una conferma della presenza capillare nel territorio alla metà dell’800 ci viene dalla cosiddetta “Inchiesta Jacini”: Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola decretata con la legge del marzo 1877. Gli atti dell’Inchiesta furono pubblicati dal 1881 e furono riassunti con una relazione dal senatore Stefano Jacini, presidente della Giunta, che denunciava il disinteresse fino ad allora dimostrato nei confronti dell’agricoltura.
 
La parte relativa al circondario di Sora venne redatta dall’avvocato Mario Mancini nel 1883, a proposito della coltivazione della vite vi si legge: “come prodotto secondario, si trova in moltissimi punti piantata a grandi distanze e tenuta alta sugli olmi la vite, dalla quale si ricava nel piano un prodotto tanto più prezioso, in quanto non è ottenuto certo a spese degli altri raccolti. Infatti essi non sono punto pregiudicati da queste viti che crescono solitarie quasi e senza richiedere, per così dire, all'agricoltore altra cura che quella di coglierne il frutto, quando la crittogama non ne lo dispensi essa in precedenza.”
In essa si legge ancora che il “Maturano” era presente nel territorio con nomi simili nei vari comuni:
Mutulano: S. Elia Fiumerapido, S. Donato, Aquino;
Mutulano bianco a Cassino e Roccasecca;
Foglia rotonda ad Atina;
Verdisco bianco a Gallinaro, S. Donato, Settefrati;
Verdisco o maturano: ad Alvito;
Maturano a Picinisco, Arce, IsolaLiri.
 
Le nostre tradizioni e le pratiche sono state tramandate ma anche corrette e adeguate, in relazione ai progressi della scienza e della tecnologia agraria,  in modo da migliorare la produzione. La parte più consistente del nostro prodotto era costituita da vino e olio, che si estraevano con torchi di pietra, ma si produceva anche foraggio e cereali. 
A mio padre fu conferito nel dicembre 1935 il primo premio per la produzione di grano della “Cattedra Ambulante di Agricoltura di Frosinone”. Le cattedre ambulanti di agricoltura furono per quasi un secolo la più importante istituzione di istruzione agraria che si rivolveva in modo particolare ai piccoli agricoltori.
La laurea in Scienze Agrarie a Portici è stata dunque uno sbocco naturale. Dopo aver accorpato i terreni di famiglia ed avvalendomi delle più moderne tecniche di coltivazione, ho iniziato un percorso di miglioramento fondiario attraverso la conversione di terreni seminativi in viticoli. Inoltre ho acquistato terreni, messi a vite, nel comune limitrofo di Sant'Elia Fiumerapido E a distanza di 60 anni ho reimpiantato i vecchi vitigni di Maturano e Pampanaro accanto al Cabernet
Mi è piaciuto dare all’azienda il nome “Terra di S. Benedetto” proprio per ricordare il passato antico della nostra terra ma anche la storia della mia famiglia la cui produzione vinicola confluiva nelle cantine dei monaci. Recentemente ho ristrutturato la casa di famiglia dotandola di una cantina e di tutti i più moderni macchinari necessari alla trasformazione, conservazione e imbottigliamento dei prodotti, avvalendomi anche dell’aiuto e delle competenze di un enologo
Oggi l’azienda vanta, a livello qualitativo, una pregevole produzione di vino ottenuta dalla trasformazione dei prodotti aziendali. Mi piace sottolineare che si tratta dell’unica Cantina esistente a Cassino. Il mercato in questo periodo non è favorevole a prodotti di nicchia, la crisi economica contribuisce a questo andamento sfavorevole. In ogni caso ho portato il vino all’Expo di Milano e la mia azienda è presente da alcuni anni alla manifestazione  «cantinatina
 
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